Lettori fissi

mercoledì 28 novembre 2012

Love, "another brick in the wall".




Birds - Cosmin Lucacio // Cosminart
Odio che ci sia una prassi nell’amore. Odio dover avere il coraggio di farmi avanti o la pazienza di dover aspettare. Odio progettare, odio vivere nelle possibilità.
È quello che faccio, però. Vivo in bilico in un mondo precario molto instabile che si regge sui “se”, sui “forse” e sui “magari”. I magari sono i peggiori. Illusioni e illusioni che non smettono di torturarti. È come stare sulle nuvole, “Just a step from heaven”. E poi piove, le nuvole si svuotano, e si cade giù. 

Perché l’amore non è facile? Perché, un’altra volta, non partire dai baci, invece che dalle parole?

E se lo definissimo una volta per tutte questo “amore”? Se esistesse una sua perfetta definizione, forse scoprirei di aver amato già mille volte. Io giuro che se mi capitasse, amerei con tutta me stessa, pur non sapendo cos’è. L’ho visto fare altre volte. 






martedì 9 ottobre 2012

Se le lettere smettono di (rac)contare.



Mi chiedo cosa succederebbe se ci scambiassimo gli indirizzi. A caso, con completi sconosciuti. Così da scriverci. Tutti i giorni, una volta al mese o una volta all’anno. Senza la presunzione di doversi conoscere o doversi per forza incontrare. Scrivere di noi, dei nostri pensieri, di ciò che odiamo o amiamo. Ma senza schemi. Farci conoscere disegnando lettere su fogli bianchi. Parole, parole e parole. Avere qualcuno a cui dire che il cielo, quando è tempestoso, ci piace di più di quando è calmo. O per dirgli che il mare non ci piace per fare sfoggi di corpi, ma ci piace per la sua essenza, il suo suono e il suo profumo. Qualcuno a cui dire che siamo arrabbiatissimi senza motivo o che oggi, l’autunno, ha smesso di fascinare. Insomma, cercare di spiegarci con il solo tramite di emozioni e sensazioni scritte. E sarebbe forse un bisogno un pochino egoistico di avere qualcuno che ascolti senza parlare, le spiegazioni di un assurdo groviglio di idee, concetti e vissuti di cui siamo fatti. Ma, non è forse più interessante partire dalle emozioni per spiegare un’esperienza? Se prendessi ora una penna, e cominciassi a parlare del mondo in sé per sé, della mia vita o delle mie amicizie, temo che mi risulterebbe difficile (e sarebbe indubbiamente noioso) mettermi a parlare di fatti. Penso che non riuscirei a non dire cosa provo di fronte un paesaggio sconvolgente… piuttosto, sono sicura che tralascerei tutti i dettagli o i particolari del tragitto fatto per arrivare lì.

E poi tutte quelle convenzioni che mettono stupide manette ad ogni tipo di conversazione. A partire dal “ciao come va?”. Tanto è diventata una domanda scontata che perde perfino il suo senso reale. Perché se si chiede come va a qualcuno, la maggioranza delle volte, non si ha il reale interesse di conoscere la risposta. E quando si risponde, non si capisce mai il significato della domanda. Una domanda, per’altro, così semplice. Non sarebbe bello stravolgere tutto, iniziando la conversazione da ciò che veramente vogliamo dire?
E poi, alla fine, c’è sempre il saluto. È un obbligo. Tante volte è un saluto accompagnato da una scusa, che (PURTROPPO) ci impegna a fare altro che stare lì a parlare o a discutere. E se invece dicessimo all’altro che, ora basta, non abbiamo più parole da dire, e forse siamo costretti a finire di parlare, magari anche senza motivo. Solo, senza più argomenti. Quando non è una scusa, è ancora peggio, perché allora ti accorgi che la tua vita sottrae del tempo alle parole e, mi ripeto, al raccontare sensazioni.

È bellissimo quando invece, alla fine delle parole, arrivano sensazioni vere. Troppo forti da gestire. Io almeno, la vedo così. Amo provare emozioni al massimo. Anche se alterno momenti di apatia. Ciò che si istaura tra due o più persone, grazie alle parole, è qualcosa di inconcepibilmente bello. Dalla paura, alla serenità. Dal pianto, al bacio.


sabato 15 settembre 2012

Fino a quando dura.




È solo quando senti voglia di sentirti parte di un altro. Quando si avvicina a te, cominci a sentire il suo odore, non può più fermarti nulla. Il suo tocco, si avvicina, continua ad avvicinarsi. Arriva in quel punto in cui non ti resta una via di scampo. Perché dovresti scappare poi? In quel momento ti senti così sua che lui sembra quasi tuo. È lì che nessun altro potrà mai toccarti, perché in ogni caso ci sarà sempre e solo lui a proteggerti in quel rapidissimo istante cha sarà sempre tuo, sempre suo. Lui è così forte, alto, protettivo. Le sue braccia sono lì, ti tengono sempre più stretta e ti sembra che a nessuno al mondo sia mai importato di stringerti così forte, se non a lui. Il suo corpo non smette di diventare come il tuo, ormai ti importa sempre meno degli altri. Il tuo odore è diventato il suo. Se sapeva di sigaretta o di alcool o di un profumo, non ha più senso perché ormai il suo odore non è più suo, è solo tuo. Le sue mani sono su di te e a chi importa dove sono? Ti prende improvvisamente il viso e tu i suoi capelli, senza pensieri. In quel momento non sei sbagliata, non sei giusta. Qualsiasi cosa succeda, succederà perché doveva essere così. Tocchi il suo collo perché le tue mani ci sono arrivate. Ora è quasi interamente tuo e basta, chi è lì fuori faccia quel che vuole ma a te e a lui non interessa. Le sue labbra ora sono sulle tue, ma non ha ancora smesso di avvicinarsi. Il suo braccio, di nuovo, sulla tua schiena, ti porta con violenza a lui. Sei sua, è tuo. Le labbra, ancora, sulle tue. Cominci a sentire uno stordimento generale. Non importa capire, in questo momento importa solo delle sensazioni. Sei stordita, realizzata? Felice? In pieno possesso dei tuoi sensi, forse è finalmente un’altra di quelle volte in cui capisci che ci sei veramente. E continuano quelle labbra, continuano a torcersi sulle tue. E tu continui, le tue mani nei suoi capelli e, di nuovo, sul suo collo. E lui, ancora, si muove su di te, continua a fondersi con ogni goccia di te. Tu lo lasci fare, lo assecondi. Hai così bisogno di sentirti parte del niente più assoluto con lui, chiunque lui sia. Chiunque ti porti fuori dalla realtà è assolutamente pieno. Pieno di te, di sentimenti, sensazioni. Ora, è come in un treno, non si ferma più, continui a sentire il vostro odore. Il suo petto forte su di te, le sue mani e le sue braccia attorno ad ogni singola parte di pelle, non sei più scoperta al mondo perché ora c’è lui, fino a quando dura c’è lui. Fino a quando questa assoluta perfezione di corpi non si slega, nessuno ti sente più e tu non senti più nessuno. Non importa chi è lui, lui ora è qualsiasi cosa che perfettamente ti ha portato fuori da un involucro di paure che è il mondo. Lui ora è l’unica persona esistente al mondo, l’unico che senti, vedi, possiedi, odori, tocchi, seduci, persuadi. Lui ha voluto te, lui solo. Nessun altro. Per questo ora sei solo sua.

Fino a quando dura.




Il tutto è assolutamente estemporaneo e impersonale. Non rispetto alla mia mente, ovvio.

martedì 4 settembre 2012

I wish my baby was born.






Un lamento, una donna, la Guerra. Se la malinconia avesse un suono, io credo sarebbe questo. Un lamento che libera sensazioni infinite, quasi fosse un pianto continuo. È un gufo, un volatile, il portatore di morte. È lui quello che porta una povera ragazza a sperare di essere morta.

A farle assaporare il gusto di una vita ancora in grado di farla esistere, non sarà più il groviglio di un amore infinito. L’amore che prima sembrava tenere il suo corpo e quello del suo bambino legati stretti, come un’edera avvolge i muri di una casa. Si stagliano su di un cielo che non ha limiti, parole che aprono un’atmosfera struggente, irreale. Eppure, così viva. Parola, dopo parola, una donna si regge sul desiderio di essere stesa, finalmente, un’ultima volta, con l’unico amore della sua vita. Una vita già finita. Morta con la morte dell’amore. 

Delle parole, un suono, una melodia che diventa preghiera. Una richiesta, uno strazio. Non si rivolge a nessuno questa lettera di malinconica tristezza. Non è un richiamo alla compassione di qualcuno. È sola, il suo bambino con lei e una vita, forse ancora troppo lunga, davanti a occhi pieni di paura. Come si può resistere di fronte al passaggio insistente delle ali di un gufo, condannato a essere presagio della fine di qualcosa. Della fine di tutto. Della fine di un’anima di una donna che è imprigionata in un ricordo. Arriva in un momento dove la vita è un lusso e niente conta più di un cielo libero di pensieri.
E continua con i suoi desideri, impalpabili e finti. E rinchiusi, senza via di scampo, dentro un melodico lamento.




I wish, I wish my baby was born
And sitting on its papa's knee
And me, poor girl
And me, poor girl, were dead and gone
And the green grass growing o'er my feet
I ain't ahead, nor never will be
Till the sweet apple grows
On a sour apple tree

But still I hope, But still I hope the time will come
When you and I shall be as one

I wish, I wish my love had died
And sent his soul to wander free
Then we might meet where ravens fly
Let our poor bodies rest in peace

The owl, the owl
Is a lonely bird
It chills my heart
With dread and terror
That someone's blood
There on his wing
That someone's blood
There on his feathers.
Vorrei, vorrei che il mio bambino fosse nato
E seduto sulle ginocchia del suo papà
Ed io, povera ragazza
Ed io, povera ragazza, fossi morta e sepolta
E l’erba verde, crescesse sui miei piedi
Non andrò avanti, né mai succederà
Fino a quando cresce la mela dolce
In un albero di mele acerbo

Ma spero ancora che il tempo arriverà
Quando io e te saremo come una persona sola

Vorrei, vorrei che il mio amore fosse morto
E la sua anima stesse vagando libera
Poi potremo incontrarci
Poi potremo incontrarci dove i corvini volano
Lasciando i nostri poveri corpi riposare in pace

Il gufo, il gufo

E’ un uccello solo
Gela il mio cuore
Con paura e terrore
Che sia il sangue di qualcuno
Lì sulle sue ali
Che sia il sangue di qualcuno
Lì sulle sue piume.




CANZONE TRADIZIONALE - Interpretata da Tim Eriksen, Riley Baugus & Tim O'Brien. Dalla colonna Sonora del film “Cold Mountain”, 2003.



venerdì 31 agosto 2012

Get a listen to the rain.



Così mi sembra giusto decantarla, tutta quest’acqua che scende. Quanto è bella la pioggia? Il suono, gli odori, il fresco, il freddo, l’acqua. Un cielo così brutto che se sei rinchiuso in casa sembra quasi bello da vedere. Ma non è solo bello. È un cielo pieno di cose da dire questo, butta fuori qualsiasi pensiero, e si sfoga di continuo. Se non sai ascoltare, la pioggia è inutile. E le nuvole diventano solo intralcio. 

È il viso di un uomo…vecchio, stanco, con mille rughe e un’espressione che gela. Se lo vuoi ascoltare, i suoi occhi sembrano quasi lucidi. La sua voglia di parlarti, di farti partecipe della sua espressione, trova finalmente conforto nel tuo inconsumabile e insaziabile bisogno di ascoltare. È ora che si sfoga un fiume di lacrime di parole ferme nel tempo, da qualche parte, nella vita di uno sconosciuto. Così ogni goccia che riempie quel cielo scuro dà finalmente una voce a tutte le melanconie degli uomini, vecchi, bambini, donne, animali, piante. Il cielo diventa bocca per qualsiasi parola non detta, non ascoltata, rifiutata da chi non ha voluto sentire. 

È triste la pioggia, forse è triste. Ma quanta felicità può darti la confessione di qualcuno che non conosci? Quanto può farti star bene sapere di essere lo scrigno delle paure di un altro? E sarebbe bello stare li sotto a farsi bagnare da ogni lacrima che decide di bagnare il nostro viso invece che quello del suo proprietario. Decide di stare su di noi, di condividere il suo peso con noi, di diventare nostra.
Perché in fondo è così… I pensieri, quelli che battono forte nella testa, non aspettano altro che essere condivisi con gli altri. E se trovano un muro, questi pensieri, non fanno che sbattere, e sbattere, e sbattere. Rimangono lì, fermi, sospesi, davanti al viso di qualcuno che non li accettati, non li ha voluti far parte di sé. Allora, per fortuna c’è la pioggia, che li unisce tutti! Tutti i pensieri del mondo! E butta fuori ogni singolo rancore, ogni parola non detta, non ascoltata, non accettata. Ogni volta che piove, almeno un uomo, nel mondo, è libero.
Mi chiedevo se non fosse proprio per questo che d’estate non piove. D’altro canto, d’estate siamo tutti meno disposti ad ascoltare. Eh sì, perché il caldo è atroce e il sole scotta e…non c’è vento. Sì. Dev’essere così, in estate non piove, perché nessuno potrebbe accettarlo. Nessuno avrebbe pazienza di ascoltare lacrime, goccie, sensazioni. Nessuno avrebbe voglia di farsi scrigno. E come biasimarci? Dopo un autunno e un inverno interi, passati ad ascoltare, diventiamo tutti un po’ egoisticamente protagonisti dei nostri pensieri.