Lettori fissi

venerdì 31 agosto 2012

Un giorno. Lo giuro.


Canvas pavoreal, Gabriel Moreno.
Oh, no. Io non starò lì a guardare. A crescere senza essere partecipe del mio futuro, del mio presente. Senza che la mia felicità guidi il volante della mia vita. Non credo di farcela più a stare qui sotto. Ho una voglia troppo grande di emergere, di contare. Starmene qui a guardare i sorrisi degli altri mi fa male, mi fa così male che penso di non poter sorridere mai così anch’io. Chiedo al mondo, agli altri, più giustizia e meno egoismo. È tutta questione di egoismo mascherato, falsità. Altruisti che non esistono e si fingono tali. Un giorno vorrei contare, sorridere per aver dato. Avere qualcuno che di me ha bisogno, che mi cerchi e mi necessiti. Voglio prendere le mie cose e andare via. Sento la necessità di crescere sola, di farmi una vita, LA MIA. Ho voglia che le persone guardino me, così come guardano gli altri. Voglio dimostrare di potercela fare. Anche nelle piccole cose. In quelle cose in cui vedi premiato chi sta anni luce davanti a te. Sta lì non perché se lo meriti più di te o perché abbia lavorato più di te. Sta lì perché ha saputo giocarsela più di te. Non è vero che lui, a differenza di te, abbia cancellato se stesso; non è necessariamente così. Sì, perché quel sorriso in più che lui cede a qualcuno, quel favore in più, quella complicità che cerca di costruirsi giorno per giorno, forse, non sono segni di un comportamento..così, lasciatemelo dire, da “paraculo”, evidentemente, quella persona è così perché ci è nata. Sì, forse, è nata paraculo. Ed è quasi meglio che sia così, è senz’altro più rassicurante. Perché, pensateci..se non fosse davvero così di carattere, il suo comportamento significherebbe che lei, il suo premio lo sta solo e semplicemente comprando. Ipotizzando invece che paraculo ci sia nata, allora, è nata sapendo che il prezzo per superare gli ostacoli è ben più alto del solo sapere saltarli. Ci si può allenare ogni giorno, sudare ogni momento, non arrendersi mai, ma probabilmente, la medaglia non la si conquisterà mai. E poi, a che serve una medaglia? A che serve essere remunerati di premi oggettivi quando il sorriso del tuo allenatore è rivolto a un altro. Magari a quell’altro ragazzo, che molto più di te, ha saputo stringere amicizia (vera o falsa-paraculista che sia) con il tuo stesso allenatore.  Quello che voglio, che davvero voglio da questa vita è saper essere paraculo. Voglio riuscire a smettere di mettere me stessa e il mio carattere davanti a tutto. Devo sapere eliminarmi e uscire da questa specie di palla di vetro. Quando vedo le altre persone, quelle che ridono a mille decibel più del normale. Quelle che si fanno sentire, che tristi non lo sono mai, nemmeno quando piove. Quelle persone che mentre ridono felici e sono ammirate dagli altri, si girano a guardare te, tu che sorridi sforzatamente e che pensi “ma come ci riesce?! Come fa a ridere così e far ridere gli altri?!” E a volte sembra quasi una presa in giro, sembra che quella persona te l’abbia messa davanti qualcuno. Qualcuno che voleva stringere le tue spalle tra le sue mani e scuoterti il più possibile per farti svegliare. Per farti capire che c’è un mondo lì fuori, fuori dalla tua mente. A cosa, mi chiedo, a cosa serve essere più capaci, intelligenti o aver più voglia di fare degli altri? A che cosa serve?! Quando non sai ridere facendoti sentire, ma a ben guardare, nemmeno sai piangere. Non sai nemmeno gridare al mondo il tuo nome, dire chi sei. La gente, il tuo nome, LO DIMENTICA. Come potrei mai permettermi che le cose stiano così! La mia vita la voglio vivere, io la DEVO vivere. Credo addirittura di voler uscire dalla mia mente. Prendere in mano questo presente e farlo andare dove voglio io. Tutta questa pioggia che non smette più di scendere sembra uno specchio, sembro io. Io che non so smettere di stare così. È come se da troppo tempo non sentissi di far giuste le cose. Se da troppo tempo non sentissi di essere premiata. Parlo tutte queste volte di premi, premi e premi. Sembra che la mia esistenza si basi sui premi e sulla considerazione che gli altri hanno di me.

Un giorno, lo giuro, farò quello che voglio io e non quello che vuole la società.
Un giorno, lo giuro, smetterò di preoccuparmi di quello che pensa la gente.
Un giorno, lo giuro, me ne fregherò dei premi e di chi viene premiato.







E, francamente, le cose stanno (già) così. Tutto quello che faccio, è fatto solo e soltanto per la mia volontà.