Lettori fissi

martedì 9 ottobre 2012

Se le lettere smettono di (rac)contare.



Mi chiedo cosa succederebbe se ci scambiassimo gli indirizzi. A caso, con completi sconosciuti. Così da scriverci. Tutti i giorni, una volta al mese o una volta all’anno. Senza la presunzione di doversi conoscere o doversi per forza incontrare. Scrivere di noi, dei nostri pensieri, di ciò che odiamo o amiamo. Ma senza schemi. Farci conoscere disegnando lettere su fogli bianchi. Parole, parole e parole. Avere qualcuno a cui dire che il cielo, quando è tempestoso, ci piace di più di quando è calmo. O per dirgli che il mare non ci piace per fare sfoggi di corpi, ma ci piace per la sua essenza, il suo suono e il suo profumo. Qualcuno a cui dire che siamo arrabbiatissimi senza motivo o che oggi, l’autunno, ha smesso di fascinare. Insomma, cercare di spiegarci con il solo tramite di emozioni e sensazioni scritte. E sarebbe forse un bisogno un pochino egoistico di avere qualcuno che ascolti senza parlare, le spiegazioni di un assurdo groviglio di idee, concetti e vissuti di cui siamo fatti. Ma, non è forse più interessante partire dalle emozioni per spiegare un’esperienza? Se prendessi ora una penna, e cominciassi a parlare del mondo in sé per sé, della mia vita o delle mie amicizie, temo che mi risulterebbe difficile (e sarebbe indubbiamente noioso) mettermi a parlare di fatti. Penso che non riuscirei a non dire cosa provo di fronte un paesaggio sconvolgente… piuttosto, sono sicura che tralascerei tutti i dettagli o i particolari del tragitto fatto per arrivare lì.

E poi tutte quelle convenzioni che mettono stupide manette ad ogni tipo di conversazione. A partire dal “ciao come va?”. Tanto è diventata una domanda scontata che perde perfino il suo senso reale. Perché se si chiede come va a qualcuno, la maggioranza delle volte, non si ha il reale interesse di conoscere la risposta. E quando si risponde, non si capisce mai il significato della domanda. Una domanda, per’altro, così semplice. Non sarebbe bello stravolgere tutto, iniziando la conversazione da ciò che veramente vogliamo dire?
E poi, alla fine, c’è sempre il saluto. È un obbligo. Tante volte è un saluto accompagnato da una scusa, che (PURTROPPO) ci impegna a fare altro che stare lì a parlare o a discutere. E se invece dicessimo all’altro che, ora basta, non abbiamo più parole da dire, e forse siamo costretti a finire di parlare, magari anche senza motivo. Solo, senza più argomenti. Quando non è una scusa, è ancora peggio, perché allora ti accorgi che la tua vita sottrae del tempo alle parole e, mi ripeto, al raccontare sensazioni.

È bellissimo quando invece, alla fine delle parole, arrivano sensazioni vere. Troppo forti da gestire. Io almeno, la vedo così. Amo provare emozioni al massimo. Anche se alterno momenti di apatia. Ciò che si istaura tra due o più persone, grazie alle parole, è qualcosa di inconcepibilmente bello. Dalla paura, alla serenità. Dal pianto, al bacio.