Lettori fissi

mercoledì 6 marzo 2013

Cercai di fissare l'amore in un mondo senza fine.




La vidi lì. Non vidi lei, ma la sua linea. Il sole scolpiva ogni parte di lei con la più netta perfezione mai esistita in quest’universo. Dietro di lei, l’immensità si stagliava miracolosamente di una bellezza che mi fece quasi male, ma non la vidi. Non vidi il mondo. In quell’istante vidi lei, nient’altro. Era una melodia. 

Stava seduta sul cofano della macchina, per noi era diventata un albergo da qualche giorno. Ci dormivamo, ci mangiavamo, e ci spostavamo solo con la nostra macchina. Io e lei, in una parte della Terra che esiste al di fuori di ogni limite, anche di quelli naturali. La natura lì è forte più di quanto non lo sia in qualsiasi altra circostanza. Sembra quasi che sia questo il posto in cui si siano scatenati tutti i terremoti, i tornado, i temporali e le alte maree soffocate altrove. 

Mi accorsi questa mattina, all’alba, che i suoi occhi erano volti al meraviglioso miracolo che avevamo di fronte da giorni. Lei amava l’acqua che scendeva da strapiombi verdi, colorati di rocce che alla luce del sole decidevano di smettere di essere monotonamente solo verdi, ma prendevano mille altre sfumature, degne di combattere con i colori di quel cielo colpito da nuvole insaziabili di bellezza. 

Mi accorsi che, all’alba, lei non guardava me. Guardava il sole, per ore. Lo guardava con occhi meravigliati, sconvolti. Così come ogni volta, quando la vedevo di fronte a me, la guardavo io. E la bellezza di quel mondo, non valeva niente quando c’era lei. 

Mi accorsi che non avrebbe mai amato niente più di quanto amava tutto questo. E cominciai a desiderare con ogni parte di me, di essere una cascata, un tramonto o un’aurora. Cominciai a implorare di fissarmi lì con lei, tra il vento freddo, i colori e un luogo senza fine.